In Italia gli orti urbani condivisi non sono una novità degli ultimi anni, ma il quadro normativo e organizzativo che li regola ha subito trasformazioni significative nell'ultimo decennio. Oggi esistono almeno quattro modelli distinti di gestione, che variano in base alla titolarità del suolo, al soggetto gestore e al tipo di accesso da parte dei cittadini.

Il quadro normativo comunale

La gestione degli orti urbani in Italia è prevalentemente di competenza comunale. Non esiste una legge nazionale che disciplini in modo organico la materia: ogni Comune si è dotato di un regolamento proprio, con caratteristiche molto diverse tra loro. Secondo i dati raccolti da Legambiente nel 2024, il 62% dei Comuni capoluogo di provincia dispone di un regolamento specifico per gli orti urbani, contro il 41% rilevato nel 2018.

I regolamenti più articolati — tra cui quelli di Milano, Torino, Bologna e Firenze — prevedono in genere: l'assegnazione delle parcelle tramite bando pubblico, un canone annuo simbolico (solitamente tra 20 e 80 euro), il divieto di utilizzare pesticidi e fertilizzanti chimici di sintesi, l'obbligo di coltivazione attiva per almeno il 70% della parcella e clausole di decadenza in caso di abbandono.

"L'orto urbano non è semplicemente un posto dove coltivare verdure. È un contratto sociale tra il cittadino e l'amministrazione che gli affida uno spazio pubblico." — estratto dalla relazione illustrativa del Regolamento degli Orti Urbani del Comune di Bologna, 2021.

I quattro modelli di gestione prevalenti

1. Orti comunali a gestione diretta

Il Comune assegna le parcelle direttamente ai cittadini singoli attraverso bandi periodici. La manutenzione delle aree comuni (viali, compostiere, recinzioni) è a carico dell'amministrazione o di cooperative incaricate. Questo modello è il più diffuso nei comuni di medie dimensioni. Tra le esperienze più documentate c'è quella degli Orti Caproni a Milano, nati nel 2012 in un'area verde della periferia nord-ovest.

2. Orti in concessione ad associazioni

Il Comune concede la gestione dell'intero sito a un'associazione o cooperativa, che a sua volta assegna le parcelle ai propri soci. Questo modello prevede una maggiore autonomia gestionale ma anche obblighi più stringenti in termini di rendicontazione e accessibilità. Bologna ha sviluppato questo approccio con gli Orti di Casaralta e gli Orti della Misericordia.

3. Orti scolastici e didattici

Aree coltivate all'interno o nelle immediate adiacenze di istituti scolastici, con finalità educative. Sono gestiti dagli istituti in collaborazione con genitori e spesso con il supporto di agronomi comunali. I dati MIUR del 2023 indicano che circa 3.200 scuole primarie e secondarie italiane hanno attivato un orto scolastico.

4. Orti spontanei e de facto

Spazi coltivati informalmente su terreni pubblici non assegnati, in attesa di regolarizzazione o a volte tollerati dall'amministrazione. Rappresentano una realtà diffusa nelle grandi città, spesso localizzati lungo gli argini dei fiumi, nei pressi di ferrovie dismesse o in aree periferiche soggette a degrado.

Distribuzione geografica e dati quantitativi

L'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha censito nel 2023 oltre 1.240 orti urbani gestiti da soggetti pubblici nelle città italiane con più di 50.000 abitanti. La distribuzione è fortemente sbilanciata verso il Nord: il 58% degli orti censiti si trova nelle regioni settentrionali, il 24% al Centro e il 18% al Sud e nelle Isole.

Orto comunitario con parcelle coltivate

Fonte: Wikimedia Commons — CC BY 2.0

Milano è il comune con il maggior numero di orti urbani attivi: 87 aree per un totale di circa 6.400 parcelle assegnate. Roma segue con 43 siti ufficiali, Torino con 38. Bologna, pur avendo una superficie urbana molto inferiore, è tra le città con la più alta densità di orti per abitante.

Le liste d'attesa e il problema dell'accesso

In quasi tutte le grandi città italiane le liste d'attesa per l'assegnazione di una parcella superano i due anni. A Milano, nei bandi del 2023 e del 2024, il numero di domande presentate è risultato in media quattro volte superiore al numero di parcelle disponibili. Questo dato segnala una domanda di spazi orticoli molto superiore all'offerta attuale.

Le cause della scarsità di parcelle sono prevalentemente due: la lentezza nell'attivazione di nuove aree su suoli pubblici e la durata media delle concessioni (spesso di 5 anni, rinnovabili), che rallenta il ricambio tra gli assegnatari.

Riferimenti e fonti

Nota: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo informativo e documentativo. I dati citati provengono da fonti istituzionali e sono aggiornati alla data indicata. Per informazioni operative sulle procedure di assegnazione contattare direttamente il proprio Comune di residenza.